Insegnare e lavorare coi bambini al tempo del Covid-19

Pubblicato da ALI-Napoli il

Traduciamo e pubblichiamo il testo del Consiglio Scientifico dell’Associazione Generale degli Insegnanti e delle Scuole pubbliche primarie e dell’Infanzia (AGEEM- Parigi) redatto da:
Jean-Jacques TYSZLER, psicanalista, membro dell’Associazione Lacaniana Internazionale (ALI), medico direttore del Centro Medico Psico-Pedagogico (CMPP) della MGEN a Parigi
Ilaria Pirone, psicologo clinico, professore all’Università Paris VIII , membro dell’équipe del CMPP della MGEN Parigi

 

Tenere il filo della vita attraverso la voce
Il bambino ci insegna a ritrovare in noi il potere dell’immaginario, quando la realtà apporta ogni giorno la sua parte di paure e che le parole vengono a mancare per dire lo spavento. Il bambino ci guida per mano, non ha solo bisogno di noi. L’alunno dell’asilo conserva ancora in lui lo straordinario animismo che conosciamo nei bambini piccoli: a due anni chi non ha sentito il bambino parlare con il suo gatto, interrogandolo, attendere la sua risposta e continuare; o sgridare il suo peluche, punirlo e consolarlo. L’inconscio custodisce segretamente a lungo questo compagno immaginario nei buoni e nei cattivi giorni.
A tre anni, a caccia di notizie che riceve come gli adulti di un mondo diventato inquietante, egli manterrà attorno al collo per tutta la giornata lo stetoscopio del suo gioco del dottore. Questo magnifico immaginario che fa storia e lega il piccolo d’uomo all’altro familiare e ai simili è il principale supporto per l’intervento del team medico-psicologico e anche degli insegnanti della scuola materna.
 
Tenere il filo con la voce
“Pronto, ciao, buongiorno! ”  Per telefono, il terapeuta o l’insegnante si presenta e racconta con semplicità cosa sta succedendo: perché la scuola, il Centro di riabilitazione, lo studio del terapeuta, rimangono chiusi, cosa accade ai compagni e a tutto il personale.
Durante questo primo appello, questa prima ripresa di contatto, fatto in questo modo insolito, occorre fare un racconto senza aspettarsi immediatamente delle risposte.
Le domande del bambino arriveranno: “E tu, stai bene?”
Anche se sembra senza preoccupazione tangibile, la preoccupazione per l’altro, il più vicino o il prossimo distante come il nonno, è onnipresente nei bambini.
Dobbiamo nominare le cose, cos’è una malattia, un contagio, una guarigione, ma anche un orizzonte; nominare gli esseri che contano e gli altri bambini del gruppo per il Centro di riabilitazione, della classe per la scuola, i vicini del palazzo o del parco per le uscite domenicali  per i genitori.
Il filo della vita termina, quando entriamo in contatto, con il o i genitori che sono con il bambino. I genitori partecipano a questo scambio, spontaneamente o con l’aiuto del terapeuta o dell’insegnante, che li include nella conversazione.
Questo ci consente di ascoltare la domanda inattesa, altrimenti impercettibile, l’osservazione che infastidisce o che fa arrabbiare: “Papà non vuole andare alle gare, mamma lei non è felice! “O ancora “Mamma lavora tutto il tempo, non gioca con me! “
Le piccole storie raccontano la storia di una vita, una vita che deve continuare a essere scandita dai compiti scolastici, esercizi fisici, oltre ovviamente i momenti di relax e giochi.
Il bambino deve essere coinvolto nel momento che attraversa, la presenza alle domande più alte, anche la morte, il lutto e suoi rituali essenziali.
Il terapeuta e l’insegnante non cantano l’aria “Tutto va bene, Madama la Marchesa!”, ma la  loro voce non rattrista e non si lamenta mai. La voce sta per affermare una presenza, ritorna su una linea già tracciata, fa scansione in una temporalità che a volte perde suoi bordi. Io sono ancora qui, anche tu. E alla fine della conversazione, un altro appuntamento telefonico è dato: il tempo e lo spazio sono così delimitati.
Se un giorno è troppo doloroso, l’adulto può rimandare un po’ la chiamata, avvisando sempre, perché il bambino sarà allarmato da un silenzio insolito.
“Perché mi hai abbandonato? “, cuore tenero della tenera età, che produce vocazioni future. I ritardi o le difficoltà linguistiche in alcuni bambini non dovrebbe essere un ostacolo per i professionisti: il terapeuta, l’insegnante, creano una storia con le loro parole per mezzo delle loro voci. Il bambino ascolta in silenzio, o emette dei suoni, delle parole, anche se non immediatamente comprensibili, e saranno poi gli adulti intorno che riprenderanno ciò che hanno ascoltato con le loro parole, essi si faranno interpreti, attestando con i loro interventi un “Sì, tu stai qui con noi “,” sei preoccupato di non andare più a scuola, di non vedere di più i tuoi amici”, “sei felice di ascoltare la maestra”, ecc.
A volte i genitori giocano facilmente questo ruolo di interpreti, a volte ne restano fuori, sta quindi al terapeuta, all’insegnante, farsene carico. Si tenta, si prova, si scherza della nostra goffaggine. L’esperienza mostra che in alcuni casi i bambini soffrono di disturbi di aspetto autistico o di difese dello stesso ordine, un incontro congiunto con il bambino e l’adulto è spesso l’equivalente di una seduta reale di lavoro. Il ciclo con il o i genitori è decisivo per dei piccoli giochi condivisi, canzoni, pezzi di poesia. Come diciamo in musica, è un canto a cappella con almeno tre voci: il bambino, il genitore, insegnante o il terapeuta.
Tenere il filo con lo sguardo?
La tecnica consente di avere il bambino tramite video/audio, perché non approfittarne?
Vorremmo dire di no, all’inizio soprattutto per i più piccoli, perché ci sono troppe informazioni da integrare con l’immagine, inoltre, si svela una dimensione di intimità da entrambi i lati. Ma l’esperienza mostra comunque che in alcuni casi specifici di sofferenza dei bambini con disturbi di tipo autistico, devono rimanere sollecitati dallo sguardo, altrimenti sono assenti, come sappiamo.
L’insegnante e il terapeuta decidono caso per caso. Per alcuni bambini che sono già troppo sollecitati dalle immagini, a volte è meglio evitare e usare il vecchio telefono anche per creare un effetto di sorpresa. Ma per gli altri, quelli che l’insegnante anche in classe, tiene per il suo sguardo, per loro, perché privarsene! L’importante è sempre dire qualcosa: “Oh, Paolo, vedi, è speciale vederti al telefono di tua madre…”. Il bambino è molto attento a tutto ciò che è immagine, spesso ne è catturato molto presto e questo può generare dipendenze future. Quindi dobbiamo giudicare caso per caso con cautela e impegno per non restare presi fra due insidie: perdere il filo con il bambino o alienarlo alla visione.
Sappiamo in particolare, che le indicazioni di psicomotricità traggono grande vantaggio dall’essere supportati dall’immagine, così come il rilassamento terapeutico per esempio.
Aprire un punto all’orizzonte: la funzione di “raccontare una storia”
Crediamo che in questa situazione eccezionale, il messaggio principale è qui: non lasciare mai che il filo della storia condivisa si spezzi, questa storia la cui tessitura è iniziata nei primi giorni di settembre.
Il bambino dell’asilo è un tesoro di esperienze, tanto è appassionato di piccole storie che ripete a suo piacimento quanto dei tormenti che si  inventa durante tutto il giorno. Tutto è epica nella vita del bambino piccolo. Poi ci saranno racconti, leggende e miti, tutto questo patrimonio culturale che permette di dare parole alle grandi domande dell’esistenza e ai suoi enigmi, ai misteri del fuori, della Città, del Mondo. Questa eredità alimenta un’immaginazione condivisa tra adulti e bambini, ed è supportata da utopie necessarie. Quando manca questa immaginazione narrativa, senza utopia, rimangono solo ansia e paura. Quindi dobbiamo continuare instancabilmente con il bambino a riprendere questo filo della storia: “C’era … e un giorno … e poi…”. L’insegnante e lo psicologo sono attesi su questo punto specifico, ciascuno nella sua professione, non intercambiabile, ma legati alla stessa sacra missione.
Traduzione dal francese Rosa Armellino – psicanalista ALI

per il testo in pdf clicca qui: Tenere il filo della vita attraverso la voce

immagine di Serge Bloch tratta dal sito: https://www.milkbook.it/io-aspetto/